Voglia
di riscatto, voglia di indipendenza:
i Sioux fanno sentire la loro voce
Quanto
è in grado di sopportare l'uomo prima di dire "basta"?
E' quello che mi chiedo in questi giorni quando, sfogliando le
pagine dei quotidiani, mi soffermo su un articolo ben poco pubblicizzato
ed inserito tra gli ultimi fatti di cronaca mondiale. Mi riferisco
all'articolo sui Sioux che cita nel titolo : "lo strappo
dei Sioux "Non siamo più cittadini Usa"",
pubblicato il 20 dicembre scorso. E' poco più di un trafiletto,
che annuncia la volontà degli indiani Lakota, di riprendersi
le loro terre, la loro identità soffocata nel pieno della
diplomazia e della legalità. Saranno anche passati 150
anni dai trattati firmati con il governo statunitense, ma ci sono
realtà che sopravvivono alle stagioni, alle generazioni
e al progresso. Hanno saputo aspettare ed ora chiedono che gli
sia riconosciuto ciò che gli spetta, ovvero un territorio
tutto loro, com'era stato in origine, prima che l'uomo bianco
invadesse le loro praterie e li confinasse forzatamente in una
riserva di non più di 20 miglia di diametro ai lati del
fiume Minnesota.
Alcuni capi Lakota si sono già recati in delegazione presso
le ambasciate di Bolivia, Cile, Sudafrica e Venezuela, una missine
diplomatica volta ad ottenere la separazione dal governo statunitense,
con la successiva creazione di un nuovo stato, con tanto di passaporti
e patenti autoctoni.
Forse gli USA hanno creduto di aver abbattuto la forza d'animo
di questi uomini, applicando la logica temporale della civiltà
moderna. Hanno sperato che, dopo il confinamento, le lente uccisioni
causate da epidemie o dalla distruzione del loro ecosistema (si
calcola che i bianchi uccisero quasi 4 milioni di bisonti, per
pellicce o per "carneficina sportiva" - uno spreco mai
visto fino ad allora); dopo rivolte dei Sioux, del 1862 (sedate
con le sentenza di morte da parte del Presidente Lincoln) e il
massacro di Wounded Knee (1890), questi indiani si sarebbero arresi
alla superiorità statunitense. Ma, come dicevo, ci sono
cose che non si spengono, soprattutto se ci si sente dalla parte
della ragione. Come mai si spense la loro voglia di identità
che continuarono ad affermare di nascosto, quando nel 1870 il
governo degli Stati Uniti vietò loro la pratica della spiritualità
(anche delle danze) e l'uso della lingua nativa.
Per chiunque volesse saperne di più vi invito a leggere
"Bury My Heart at Wounded Knee" di Dee Brown, che negli
anni settanta fu un best-seller planetario. Per chi pensa di essere
troppo pigro per una lettura così ricca può noleggiare
l'omonimo film "Seppellite il mio cuore a Wounded Knee".
Solo ricordando il passato possiamo provare a cambiare il
presente
Alessia
Tosi
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